Cina Surplus
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Il surplus commerciale della Cina vola a livelli record: 1.200 miliardi di dollari nonostante i dazi di Trump

Nel 2025 la Cina ha registrato un risultato senza precedenti: il surplus commerciale ha sfiorato i 1.200 miliardi di dollari, segnando un nuovo record storico. Un dato sorprendente se si considera il contesto geopolitico sempre più teso e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, accompagnato da una nuova ondata di dazi e misure protezionistiche contro Pechino.

Secondo i dati ufficiali delle dogane cinesi, nel 2025 le esportazioni sono cresciute del 5,5%, raggiungendo quota 3.770 miliardi di dollari, mentre le importazioni sono rimaste sostanzialmente stabili a 2.580 miliardi. Per confronto, il surplus del 2024 era stato già elevatissimo, poco sopra i 990 miliardi di dollari.


Export in crescita, Usa in calo

Il dato chiave è che il calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti è stato più che compensato dall’espansione in altri mercati. Nel 2025 le spedizioni cinesi verso gli Usa sono diminuite di circa il 20%, effetto diretto delle tariffe più elevate imposte dall’amministrazione Trump.

Allo stesso tempo, però, la Cina ha accelerato in modo deciso verso nuove aree:

  • Africa: +26%

  • Sud-est asiatico: +13%

  • Unione Europea: +8%

  • America Latina: +7%

Una diversificazione geografica che ha permesso alle aziende cinesi di ridurre la dipendenza dal mercato statunitense, mantenendo alto il ritmo delle esportazioni complessive.


Tecnologia e auto trainano il commercio

A sostenere l’export sono stati soprattutto i settori ad alto valore strategico. Le apparecchiature elettroniche ed elettriche si sono confermate la principale categoria di esportazione, con una crescita dell’8,4% su base annua, spinte dalla domanda globale di semiconduttori, componenti elettronici e dispositivi digitali.

Particolarmente rilevante anche il comparto automotive. Nel 2025 la Cina ha esportato oltre 7 milioni di veicoli, con un balzo del 21%, trainato soprattutto da auto elettriche e ibride plug-in. Un segnale chiaro della crescente competitività globale dell’industria automobilistica cinese.

In controtendenza, invece, settori tradizionali come mobili, calzature e prodotti a elevata intensità di manodopera, che hanno registrato un calo delle vendite all’estero.


Un pilastro per la crescita economica

Il commercio estero continua a essere un motore fondamentale della crescita cinese, consentendo all’economia di mantenersi vicino all’obiettivo ufficiale di circa il 5% annuo. Secondo BNP Paribas, le esportazioni resteranno un fattore chiave anche nel 2026, nonostante le tensioni commerciali e geopolitiche.

Gli economisti, però, avvertono che questo modello sta generando preoccupazioni crescenti all’estero, dove molti governi temono un’invasione di prodotti cinesi a basso costo in grado di danneggiare le industrie locali.


Domanda interna debole e pressioni internazionali

A fronte di un export forte, la domanda interna cinese resta fragile. La lunga crisi del settore immobiliare, seguita alla stretta sul debito dei grandi sviluppatori, continua a pesare sulla fiducia di famiglie e imprese. Le misure adottate dal governo – come i sussidi per la rottamazione e l’acquisto di beni più efficienti – hanno avuto effetti limitati.

Non a caso, il Fondo Monetario Internazionale (International Monetary Fund) ha invitato Pechino a ridurre gli squilibri economici e ad accelerare il riequilibrio verso consumi e investimenti domestici, riducendo la dipendenza dall’export.


Cosa aspettarsi nel 2026

Secondo Natixis, nel 2026 le esportazioni cinesi cresceranno a un ritmo più moderato, attorno al 3%, ma con importazioni ancora deboli il surplus commerciale dovrebbe restare sopra i 1.000 miliardi di dollari.

In sintesi, la Cina entra nel 2026 con un commercio estero estremamente solido, ma con sfide strutturali irrisolte: tensioni geopolitiche, pressioni internazionali e una domanda interna che fatica a ripartire. Un equilibrio che, se da un lato rafforza Pechino sul piano globale, dall’altro rischia di alimentare nuovi fronti di scontro economico.


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