Milano corre. Ma ormai la domanda più scomoda non è più quanto stia crescendo la città, bensì per chi stia crescendo davvero. L’ultima fotografia del mercato immobiliare di lusso racconta una città sempre più desiderata da investitori, grandi patrimoni e compratori internazionali: case da oltre due milioni di euro vendute in pochi giorni, attici prenotati prima ancora che il cantiere entri nel vivo, appartamenti ceduti a cifre che arrivano fino a 40 mila euro al metro quadrato.
Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, a Milano le compravendite di immobili di fascia altissima sono raddoppiate in cinque anni, con un’accelerazione particolarmente forte nell’ultimo anno. Il valore complessivo del mercato residenziale di lusso in città viene stimato in 8,74 miliardi di euro, pari al 12,2% del mercato nazionale del lusso. Le zone più calde sono San Siro, centro storico, Porta Nuova e Arco della Pace, aree dove l’immobile non è più soltanto una casa, ma sempre più spesso un asset finanziario.
Case da milioni vendute come fossero sneaker in edizione limitata
Il dato che colpisce non è solo il prezzo, ma la velocità. Una casa in via Venti Settembre sarebbe stata venduta in cinque giorni a circa 40 mila euro al metro quadrato. In via Vivaio 10, invece, le abitazioni sarebbero già state prese tutte a 25 mila euro al metro quadrato, prima ancora che il cantiere potesse realmente partire. A questi livelli non siamo più davanti a un normale mercato immobiliare: siamo davanti a una corsa al bene raro.
Il mattone milanese di lusso si comporta ormai come un bene da collezione. Chi compra non cerca necessariamente un luogo in cui vivere, ma un oggetto da possedere, rivalutare e magari rivendere. Il Corriere sottolinea proprio questo passaggio: molti di questi immobili vengono acquistati come investimento, non come abitazione principale, e possono passare di mano più volte.
Il paradosso di Milano: più ricca, ma meno accessibile
Il problema è che questa crescita convive con una tensione sociale sempre più evidente. Mentre il lusso corre, per una famiglia normale comprare casa a Milano diventa sempre più difficile. Anche affittare è diventato complicato, soprattutto per giovani lavoratori, studenti, coppie con redditi medi e professionisti che non appartengono alla fascia alta del mercato.
Milano attrae capitali, aziende, turismo, studenti internazionali e investitori. Questo è un segnale di forza. Ma quando il valore della città viene catturato quasi solo da chi può permettersi immobili milionari, il rischio è che la crescita si trasformi in esclusione.
Il punto non è demonizzare chi compra case di lusso. Il punto è chiedersi se una città possa funzionare davvero quando chi lavora, insegna, cura, serve ai tavoli, guida mezzi pubblici, apre negozi o tiene vivi i quartieri non riesce più a viverci.
San Siro, Porta Nuova e Arco della Pace: la nuova geografia del lusso
Le zone citate nella rilevazione raccontano bene la trasformazione urbana. Porta Nuova è ormai il simbolo della Milano internazionale, verticale, finanziaria. Arco della Pace unisce fascino storico, movida, centralità e pregio architettonico. Il centro storico resta un mercato a sé, dove la scarsità di prodotto spinge i valori sempre più in alto. San Siro, invece, mostra quanto il lusso non sia più confinato alla cerchia più centrale, ma si stia allargando verso aree residenziali con grandi metrature, verde e immobili di alto livello.
La città si sta polarizzando: da una parte il mercato premium, dall’altra chi cerca soluzioni sempre più piccole, periferiche o economicamente sostenibili. Nel mezzo, il ceto medio urbano rischia di essere progressivamente spinto fuori.
La vera domanda: Milano deve chiedere qualcosa indietro al lusso?
Nel dibattito citato dal Corriere emerge una questione politica ed economica molto forte. Alessandro Maggioni, presidente del Consorzio cooperative Lavoratori, sostiene che il valore del lusso nasce anche dalla città: dai servizi, dalla storia, dalle infrastrutture, dall’immagine e dalle relazioni che Milano offre. Per questo, secondo lui, sarebbe giusto che una parte di quel valore tornasse alla collettività.
È un tema destinato a far discutere. Tassare di più le case vuote? Penalizzare chi compra solo per investimento? Introdurre strumenti per finanziare edilizia accessibile? Favorire chi vive e lavora davvero in città? Sono domande scomode, ma ormai inevitabili.
Massimo Bricocoli, professore ordinario di Urbanistica al Politecnico di Milano, avverte infatti del rischio di una “Milano-vetrina”: una città attraversata da denaro, turismo e investimenti, ma con quartieri progressivamente svuotati di residenti stabili.
