OpenAI è diventata una delle società private più osservate al mondo. Nata nel 2015 come laboratorio di ricerca non profit, oggi è al centro della corsa globale all’intelligenza artificiale, della competizione con Big Tech e del dibattito su una possibile futura quotazione in Borsa. Il punto più interessante, però, riguarda la ricchezza potenziale generata per alcuni dei suoi fondatori: le quote non sono tutte pubbliche, ma dagli ultimi documenti e testimonianze emersi nel processo tra Elon Musk e OpenAI arrivano alcuni numeri molto rilevanti.
Secondo OpenAI, l’ultimo round chiuso a marzo 2026 ha portato la società a una valutazione post-money di 852 miliardi di dollari, con 122 miliardi di dollari di capitale impegnato. È una cifra che colloca OpenAI tra le aziende private più preziose della storia recente e rende ogni punto percentuale del capitale potenzialmente equivalente a circa 8,52 miliardi di dollari.
Chi ha fondato OpenAI
OpenAI è stata fondata nel dicembre 2015 da un gruppo di imprenditori, ricercatori e figure centrali della Silicon Valley. Tra i nomi principali compaiono Sam Altman, Elon Musk, Greg Brockman, Ilya Sutskever, John Schulman, Wojciech Zaremba, Andrej Karpathy, Trevor Blackwell, Vicki Cheung, Durk Kingma e Pamela Vagata. La società nacque con l’obiettivo dichiarato di sviluppare intelligenza artificiale avanzata a beneficio dell’umanità, ma negli anni ha cambiato profondamente struttura, passando da organizzazione non profit a un modello con una controllata profit e poi a una public benefit corporation.
Quanto vale oggi OpenAI
La valutazione più recente comunicata dalla società è di 852 miliardi di dollari post-money. Questo significa che, in teoria, una quota dell’1% varrebbe circa 8,52 miliardi di dollari, mentre una quota del 3,5% varrebbe poco meno di 30 miliardi di dollari. È proprio questa proporzione che aiuta a interpretare le cifre emerse negli ultimi giorni sul patrimonio potenziale di Greg Brockman.
La struttura attuale è particolare: dopo la riorganizzazione, la OpenAI Foundation mantiene una quota importante nella società, mentre Microsoft e altri investitori possiedono partecipazioni nella parte profit. OpenAI aveva comunicato che, al momento della ricapitalizzazione del 2025, la Fondazione deteneva il 26% di OpenAI Group, allora valutato circa 130 miliardi di dollari sulla base della valutazione dell’epoca. Con la valutazione 2026 a 852 miliardi, quella quota teoricamente varrebbe oltre 220 miliardi di dollari, anche se il valore effettivo dipende da termini, warrant, diluizione e struttura societaria.
Sam Altman: il CEO che, ufficialmente, non avrebbe equity diretta
Il caso più sorprendente è quello di Sam Altman, cofondatore e CEO di OpenAI. Nonostante sia il volto pubblico della società e l’uomo più associato al successo commerciale di ChatGPT, OpenAI ha dichiarato nell’ottobre 2025 che Altman non avrebbe ricevuto una quota nella società ristrutturata. Reuters ha riportato che il CEO non avrebbe ottenuto equity nella nuova struttura, smentendo le ipotesi circolate in precedenza su una possibile assegnazione di azioni.
Questo rende Altman un caso anomalo nel panorama tech: guida una società valutata centinaia di miliardi, ma la sua partecipazione diretta risulterebbe pari a zero o comunque non assegnata pubblicamente. Il suo patrimonio resta significativo grazie ad altri investimenti, ma non sarebbe legato direttamente a una quota personale di OpenAI.
Greg Brockman: la quota più clamorosa, vicina ai 30 miliardi di dollari
Il dato più forte emerso recentemente riguarda Greg Brockman, cofondatore e presidente di OpenAI. Durante il processo intentato da Elon Musk, Brockman ha dichiarato che la sua partecipazione in OpenAI vale oggi quasi 30 miliardi di dollari, pur non avendo investito denaro personale nella società.
Se si prende come riferimento la valutazione post-money di 852 miliardi di dollari, una quota da 30 miliardi implicherebbe una partecipazione teorica intorno al 3,5%. Non è detto che questa percentuale coincida esattamente con la quota legale attuale, perché il valore può dipendere da classi di azioni, vesting, diritti economici e condizioni specifiche, ma l’ordine di grandezza è quello.
Il caso Brockman è diventato centrale anche perché mostra quanto la trasformazione di OpenAI abbia generato ricchezza privata potenziale, nonostante l’origine non profit del progetto.
Elon Musk: cofondatore, finanziatore iniziale, ma oggi fuori da OpenAI
Elon Musk è stato uno dei cofondatori e finanziatori iniziali di OpenAI, ma ha lasciato il board nel 2018. OpenAI sostiene che Musk contribuì finanziariamente per meno di 45 milioni di dollari rispetto agli impegni inizialmente discussi, mentre il processo in corso ruota proprio intorno alla tesi di Musk secondo cui la società avrebbe tradito la missione originaria non profit.
Oggi Musk non risulta tra gli azionisti economici principali della OpenAI ristrutturata. Il suo interesse è soprattutto legale, strategico e competitivo: Musk controlla infatti xAI, società concorrente di OpenAI nel campo dell’intelligenza artificiale.
Ilya Sutskever: il genio tecnico uscito da OpenAI
Ilya Sutskever è stato uno dei cofondatori più importanti sul piano scientifico. Ex chief scientist di OpenAI, è stato centrale nello sviluppo della ricerca AI della società e ha avuto un ruolo molto discusso nella crisi interna del 2023 che portò al temporaneo licenziamento di Sam Altman. Sutskever ha poi lasciato OpenAI nel 2024 per fondare Safe Superintelligence.
Sul valore della sua partecipazione attuale non esiste una cifra pubblica definitiva e verificata come quella emersa per Brockman. Tuttavia, alcune ricostruzioni basate su documenti del contenzioso hanno indicato che Sutskever avrebbe avuto miliardi di dollari di equity maturata già nel 2023. Questo dato va trattato con cautela: non equivale necessariamente al valore attuale liquidabile, né chiarisce quanta quota abbia conservato dopo l’uscita dalla società.
Gli altri cofondatori: quote non pubbliche
Per gli altri cofondatori, come John Schulman, Wojciech Zaremba, Andrej Karpathy, Durk Kingma, Trevor Blackwell, Vicki Cheung e Pamela Vagata, non sono disponibili dati pubblici affidabili e aggiornati sul valore delle rispettive partecipazioni. Alcuni hanno lasciato OpenAI, altri hanno proseguito percorsi accademici, imprenditoriali o di ricerca, ma la società non pubblica una cap table completa come farebbe un’azienda quotata.
Questo è un punto fondamentale per gli investitori: prima di un’eventuale IPO, OpenAI resta una società privata. Di conseguenza, molte informazioni su quote individuali, diritti economici, stock option, azioni maturate e clausole di liquidità non sono accessibili al pubblico.
Tabella riepilogativa
| Cofondatore | Ruolo storico | Situazione nota | Valore stimato/riportato della quota |
|---|---|---|---|
| Sam Altman | Cofondatore, CEO | OpenAI ha dichiarato che non riceve equity nella società ristrutturata | 0 dollari di equity diretta nota |
| Greg Brockman | Cofondatore, presidente | Ha dichiarato in tribunale una quota vicina a 30 miliardi di dollari | Circa 30 miliardi di dollari |
| Elon Musk | Cofondatore, ex board member | Uscito dal board nel 2018, oggi in causa contro OpenAI | Nessuna quota attuale pubblicamente nota |
| Ilya Sutskever | Cofondatore, ex chief scientist | Uscito nel 2024; dati pubblici incompleti sulla quota attuale | Miliardi potenziali secondo documenti/ricostruzioni, ma non cifra definitiva |
| John Schulman | Cofondatore, ricercatore | Ha lasciato OpenAI per Anthropic | Non pubblico |
| Wojciech Zaremba | Cofondatore, ricercatore | Ancora legato all’ecosistema OpenAI/Foundation | Non pubblico |
| Andrej Karpathy | Cofondatore, ricercatore AI | Ha lasciato OpenAI | Non pubblico |
| Durk Kingma | Cofondatore, ricercatore | Dato patrimoniale non pubblico | Non pubblico |
| Trevor Blackwell | Cofondatore | Dato patrimoniale non pubblico | Non pubblico |
| Vicki Cheung | Cofondatrice | Dato patrimoniale non pubblico | Non pubblico |
| Pamela Vagata | Cofondatrice | Dato patrimoniale non pubblico | Non pubblico |
Cosa significa tutto questo in vista di una quotazione
Una futura quotazione di OpenAI sarebbe uno degli eventi finanziari più attesi del mercato tech. Non sarebbe solo un’IPO sull’intelligenza artificiale, ma un test sulla capacità del mercato di prezzare una società con costi infrastrutturali enormi, accordi strategici con Microsoft, una struttura societaria atipica e ricavi in forte crescita ma legati a investimenti computazionali giganteschi.
Per gli investitori, il punto non è soltanto “quanto vale OpenAI”, ma chi cattura davvero quel valore. La risposta, oggi, è complessa: una parte rilevante è in mano alla Foundation, una parte agli investitori strategici e finanziari, una parte a dipendenti ed ex dipendenti, mentre alcuni cofondatori hanno quote enormi e altri non hanno partecipazioni pubblicamente quantificabili.
Il caso più emblematico resta quello di Greg Brockman: una quota potenziale vicina ai 30 miliardi di dollari mostra quanto OpenAI sia diventata non solo un laboratorio di ricerca, ma una delle più grandi macchine di creazione di ricchezza privata della nuova era dell’intelligenza artificiale. Al contrario, Sam Altman rappresenta l’anomalia opposta: il CEO più visibile dell’AI boom, ma senza una quota diretta ufficialmente riconosciuta nella società che guida.
